Malattie del sangue

Le Sindromi Mielodisplastiche

Le Sindromi Mielodisplastiche (SMD) sono malattie del sangue causate da un danno di una cellula staminale midollare. Tale insulto comporta la produzione di cellule con una struttura anormale (displastica) che ne causa la morte precoce all’interno del midollo stesso. Le cellule che sopravvivono sono caratterizzate da alterazioni o deficit delle loro funzioni. Il tutto si traduce in una carenza di globuli rossi (anemia), globuli bianchi (leucopenia) e/o piastrine (piastrinopenia) nel sangue periferico ed i cui sintomi sono rappresentati da: stanchezza, aumentata suscettibilità alle infezioni, emorragie. In una certa percentuale dei casi, tali quadri possono aggravarsi nel tempo ed evolvere in leucemia acuta (LAM).

Le Mielodisplasie hanno un incidenza in Europa di circa 1 caso ogni 12.500 abitanti e, al di sopra dei 70 anni, essendo patologia prevalente dell’anziano,colpisce circa 1 persona ogni 3.000 abitanti per anno.
Le cellule displastiche spesso sono affette da mutazioni genetiche,a carico di diversi cromosomi e talora il danno riguarda specifici geni (SF3B1, TET2, SRSF2, ASXL1 o TP53). Alcune di queste mutazioni si ritiene possano essere responsabili della trasformazione iniziale delle cellule staminali (TET2) o possano renderle più aggressive nel corso della malattia stessa (ASXL1 e TP53). Tuttavia, il preciso meccanismo alla base delle SMD è ancora in gran parte sconosciuto. L’esposizione a radiazioni e sostanze tossiche (solventi, pesticidi, benzene, farmaci chemioterapici) può aumentare il rischio di sviluppare una SMD.

La diagnosi si esegue in presenza di persistente rilievo di anemia, piastrinopenia e/o leucopenia con necessità o meno di supporto trasfusionale e, una volta escluse cause secondarie, attraverso l’esecuzione di indagini bioptiche midollari che consentono di studiare la morfologia delle cellule, le alterazioni cromosomiche e recentemente anche quelle molecolari mediante impiego della piattaforma NGS.

Come si trattano le mielodisplasie?
Sulla base delle caratteristiche cliniche e di laboratorio è possibile definire il grado di rischio complessivo di evoluzione a LAM per singolo paziente. Mediante sistemi a punteggio (IPSS, R-IPSS, W-PSS) si definiscono 4 categorie: 1) basso rischio; 2) rischio intermedio-basso; 3) rischio intermedio-alto; 4) alto rischio.

Nelle prime due lo scopo del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente attraverso il supporto trasfusionale, la terapia antiinfettiva, la ferro-chelazione (per rimuovere il sovraccarico di ferro legato alla malattia e alle trasfusioni), l’eritropoietina, farmaci immunosoppressori (ciclosporina, siero anti-linfocitario), e, in un sottotipo particolare associato ad alterazione del cromosoma 5, un farmaco immunomodulante capace di reinstaurare una normale emopoiesi.

Nelle seconde due l’obbiettivo del trattamento è quello di rallentare l’evoluzione di malattia e, quando questo è possibile, eradicare la malattia stessa con il trapianto di cellule staminali allogeniche (da donatore), procedura gravata da elevata mortalità e morbidità e pertanto riservata a pazienti più giovani. Recentemente, grazie al’’utilizzo di chemioterapia meno aggressive, è estendibile anche a pazienti di 65-70 anni, in casi selezionati, privi di comorbidità rilevanti.

Nei pazienti in cui il percorso trapiantologico non è applicabile possono essere impiegati una categoria di farmaci chiamati ipometilanti capaci nel 60% dei casi di rendere nuovamente il midollo in grado di produrre cellule mature e normo-funzionanti riducendo o eliminando la necessità di eseguire trasfusioni, il rischio infettivo, e riducendo talora le cellule immature midollari (blasti) contribuendo a rallentare l’evoluzione a LAM. Tale trattamento va proseguito fintanto che rimane efficace.

In taluni casi, pazienti più giovani privi di un donatore e con una elevata quantità di cellule immature midollari e alterazioni cromosomiche favorevoli, non affetti da altre patologie, possono essere trattati con chemioterapia ad alte dosi con buone possibilità di ottenere una remissione di malattia.

In conclusione, pur essendo stati fatti nell’ultimo decennio enormi passi per capire i complessi meccanismi molecolari alla base delle Sindromi Mielodisplastiche, tutto questo non ha ancora portato al’’approvazione di nuovi farmaci, in particolare per i pazienti che falliscono la terapia di prima linea. Sono in corso a tal riguardo numerose sperimentazioni cliniche dalle quali si spera in futuro di incrementare l’armamentario terapeutico.

Presso l’Ematologia di Ravenna oltre alle terapie convenzionali è in corso un Trial clinico (studio clinico famatologico) che prevede il trattamento dell’anemia trasfusione dipendente, con bassi valori di eritropoietina (Epo) endogena che non stiano assumendo Epo da almeno 4 settimane o che ne siano resistenti.

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